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LA COSTRUZIONE DELL'IMMAGINE MODERNA DEL MONDO

 

Con l’estensione al globo119C-Tolemaic-Conic.jpg dei principi dello spazio geometrico, l’Europa, come già é stato osservato, si è dotata, a partire dalle prime “scoperte geografiche”, di una serie di strumenti di rappresentazione dello spazio e di mobilizzazione delle esperienze che hanno permesso il costituirsi di quella ricorsività della conoscenza o - come sostiene Latour - l’innesco di un “ciclo di accumulazione del sapere” geografico. È infatti all’interno di tali cicli che la rappresentazione diventa lo strumento di un'asimmetria, di uno squilibrio di conoscenza fra il sapere di chi è esplorato e quello di chi esplora; fra il sapere “locale” degli indigeni e quello “globale” degli esploratori europei che si universalizza, non per diritto, ma semplicemente per metodo. Invadendo il pianeta, occupandone lo spazio, il sapere occidentale si colloca così al vertice di ciò che E. Morin definisce una “struttura di assoggettamento gerarchica” in cui gli “assoggettati” (gli indigeni), pur rimanendo soggetti (cioè portatori di un loro sapere autonomo), operano inconsapevolmente per il fine di coloro che dispongono di una visione del tutto.

La rappresentazione (reportingreporting geografico.jpg) non è quindi un atto di per sé neutro. E ciò non dipende da una semplice disparità di mezzi. Infatti, rappresentare qualcuno o qualcosa significa comunque, sempre, appropriarsene; iscriverlo all’interno di un proprio progetto costitutivo, trasformarlo, ridurlo alle nostre categorie conoscitive. In questo preciso senso la rappresentazione costituisce il primo atto di un esproprio: ciò che J. Comaroff considera il presupposto di qualsiasi colonizzazione.

La prima forma d'esproprio passa attraverso un atto apparentemente inoffensivo, quello di rappresentare ciò che si vuole espropriare, di possedere senza violare; di manipolare l'Altro senza toccarlo, di ricollocarlo in uno spazio completamente nuovo senza costringerlo al benchè minimo spostamento. L'agire del colonizzatore non è quindi quello del semplice burattinaio che tira fili dall'avamposto lungo la costa, dal fortilizio posto a salvaguardia di un commercio o dall'alto di un satellite, ma è quello di un vero e proprio creatore. Come il demiurgo borghesiano, egli ha il potere di dare la vita, di animare, di riempire di significati, di costituire lo spazio, altrimenti silenzioso e pericoloso, che si estende dietro agli orizzonti familiari. In questo senso la violenza della rappresentazione sembra eguagliata solo dall'apparente passività del suo oggetto: l'Altro o l'altrove attraverso cui l'occidente stesso inizia a conoscersi. Di questa appropriazione intellettuale dell'altrove fanno ovviamente parte vari atti, tutti dal carattere marcatamente manipolatorio. Il più ingenuo fra questi è sicuramente il vedere, o meglio, l'andare a vedere: quella pulsione scopica così spesso riconosciuta dai "geografi" come costitutiva del loro sapere.

Ma sarà la costruzione dell'immagine dei territori coloniali fondamentale per giustificare agli occhi dell'opinione pubblica la presunta necessità di assogettari i territori riscoperti. Nell’immaginario europeo, l’Africa, è stata il più delle volte intesa come una realtà “selvaggia”, il regno incontrastato della natura, per il semplice fatto di essere stata abitata da genti che dal punto di vista europeo sembravano non aver sviluppato una cultura della reificazione: un controllo esteso e sistematico sulla materialità dell’ambiente. La territorializzazione, come forma proiettiva della dimensione sociale sullo spazio, é il risultato di procedure complesse e variamente interrelate, tutte, in qualche modo, miranti a garantire la riproduzione del gruppo umano che le ha generate. Si tratta di pratiche attinenti all’appropriazione intellettuale dell’ambiente, al "modellamento simbolico", alla trasformazione materiale dei luoghi e alla loro organizzazione in strutture più o meno sofisticate.

 

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